"vademecum sui passaggi di confine"
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Muri
Un mattone.
Un altro mattone.
Poi ancora un altro.
Tanti mattoni. Tanti quanti sono gli ego che nascondono, le paure che sublimano.
Strati di coscienza pressati sotto il peso del suo incessante logorio, o il logorio della sua assenza.
Novembre di trent'anni fa, i Pink Floyd mettevano in mostra il muro. Roger Waters, il prigioniero, fece, con The Wall, di necessità virtù, fece della sua debolezza la sua forza.
Novembre di vent'anni fa, altri mattoni, altro muro, altre coscienze da far emergere, altre incoscienze da sublimare. Berlino abbatteva il suo muro, nell'incredulità generale, negli schiamazzi da stadio della gente, mentre le memoria dragava nelle schegge di cemento scie di sangue, dei morti caduto a causa e per il Muro.
Nel 1990, a Potsdamer Platz, Roger Waters mette in scena la quarta – e ultima - rappresentazione del Muro. Anche lui dentro di se qualche morto lo aveva fatto. La sua coscienza non è che fosse proprio pulita, in compenso il suo ego era di gran lunga più leggero. Non erano certo i tempi di quando i Pink Floyd defenestrarono Roger Syd Barret, che nel frattempo annegava nell'acido lisergico.
Waters mise in scienza un archetipo mitico dell'uomo post-industriale, spettacolarizzando i drammi umani raccolti dagli spazi vuoti del Muro di Berlino. Il quale muro era già per la storia il Muro, metafora dell'esistenza.
Il concerto - durante il quale sul palco, lungo centoventicinque metri e alto venticinque, veniva costruito un muro con duemilacinquecento mattoni di polistirolo, e dietro il quale suonava la band, separandolo così dal pubblico - ebbe l'esito di un rito collettivo, uno dei tanti della società di mercificazione di massa.
Sugli spazi bianchi e vuoti dei mattoni, Waters aveva segnato, a suo modo, la memoria della guerra, di cui egli stesso era vittima, avendo perso il padre durante la battaglia di Anzio, nel '44; in quegli stessi mattoni si infrangeva la memoria del Muro di Berlino. Spazi vuoti di incoscienza che si chiudevano, altri spazi vuoti di coscienza che si aprivano.
Con gli spazi vuoti non si sa mai.
Un mattone.
Un altro mattone.
Poi ancora un altro.
Tanti mattoni. Tanti quanti sono gli ego che nascondono, le paure che sublimano.
Strati di coscienza pressati sotto il peso del suo incessante logorio, o il logorio della sua assenza.
Novembre di trent'anni fa, i Pink Floyd mettevano in mostra il muro. Roger Waters, il prigioniero, fece, con The Wall, di necessità virtù, fece della sua debolezza la sua forza.
Novembre di vent'anni fa, altri mattoni, altro muro, altre coscienze da far emergere, altre incoscienze da sublimare. Berlino abbatteva il suo muro, nell'incredulità generale, negli schiamazzi da stadio della gente, mentre le memoria dragava nelle schegge di cemento scie di sangue, dei morti caduto a causa e per il Muro.
Nel 1990, a Potsdamer Platz, Roger Waters mette in scena la quarta – e ultima - rappresentazione del Muro. Anche lui dentro di se qualche morto lo aveva fatto. La sua coscienza non è che fosse proprio pulita, in compenso il suo ego era di gran lunga più leggero. Non erano certo i tempi di quando i Pink Floyd defenestrarono Roger Syd Barret, che nel frattempo annegava nell'acido lisergico.
Waters mise in scienza un archetipo mitico dell'uomo post-industriale, spettacolarizzando i drammi umani raccolti dagli spazi vuoti del Muro di Berlino. Il quale muro era già per la storia il Muro, metafora dell'esistenza.
Il concerto - durante il quale sul palco, lungo centoventicinque metri e alto venticinque, veniva costruito un muro con duemilacinquecento mattoni di polistirolo, e dietro il quale suonava la band, separandolo così dal pubblico - ebbe l'esito di un rito collettivo, uno dei tanti della società di mercificazione di massa.
Sugli spazi bianchi e vuoti dei mattoni, Waters aveva segnato, a suo modo, la memoria della guerra, di cui egli stesso era vittima, avendo perso il padre durante la battaglia di Anzio, nel '44; in quegli stessi mattoni si infrangeva la memoria del Muro di Berlino. Spazi vuoti di incoscienza che si chiudevano, altri spazi vuoti di coscienza che si aprivano.
Con gli spazi vuoti non si sa mai.


ma perche' continuate a prenderci in giro cn la storia del botta e risposta? sta diventando una buffonata, o lo aprite o nn annunciate niente
RispondiEliminaMa stai scherzando o dici sul serio??? E' aperto da ieri pomeriggio, non vedi che in alto a destra c'è l'entrata.
RispondiEliminaEffettivamente non riuscivo ad entrare nel botta e risposta. Pensavo che si accedeva direttamente dal banner grosso in alto. Grazie per avermelo detto!
RispondiEliminamuri?come quello che avete alzato tra noi e l'amministrazione.....
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